È il 1975, è notte e ci sono due carabinieri… e non è una barzelletta: sulla loro Giulia, sono partiti dalla stazione di IV Miglio e viaggiano verso il centro di Roma, precisamente verso il quartiere Esquilino.
Questa non è una barzelletta e nemmeno l’inizio di un programma di Carlo Lucarelli.
Questo è il racconto di un fatto adolescenziale che ha contribuito alla mia visione della vita che, come dico sempre, è fatta d’incontri e di scelte.
Quei due carabinieri mi hanno iniettato una grande fiducia nella parte buona dell’umanità: fiducia che dura ancora oggi.
Ti racconto una storia che parla di potere, di autorità e autorevolezza, di dignità ma anche di passione.
È una storia che mostra che non bisogna ragionare generalizzando, dando cioè per scontato la persona che abbiamo davanti semplicemente perché appartiene ad una categoria.
Tutto inizia quando avevo 9 anni
Ho iniziato a guidare l’auto quando avevo quell’età.
Nulla di trascendentale perché in effetti accompagnavo mio padre, piazzista di burro nella provincia di Roma, nei suoi giri e oltre ad aver imparato i nomi delle automobili avevo anche studiato i suoi gesti al volante.
La conseguenza di tutto ciò fu che, senza esporci a rischio, fui messo sul sedile del guidatore e, vista la mia passione per la guida (che mi è rimasta), in breve tempo ho imparato.
In quello stesso anno accadde però un fatto inatteso.
Mio nonno, con cui facevo lunghe passeggiate, un pomeriggio volle portarmi a visitare il quartiere di San Lorenzo per raccontarmi i fatti del bombardamento del “43 ad opera degli americani (lo sapete, quelli che esportano la democrazia da illo tempore…) e mostrarmene i segni sui palazzi.
Durante il percorso passiamo davanti ad un rivenditore di moto proprio a via dello Scalo di San Lorenzo: ne ricordo ancora il nome, Di Nunzio e D’Amico concessionario di moto da cross marca Aspes.
Lì è nata una passione.
La passione per il motocross
Provo a spiegarti com’è nata.
Prima di tutto devi sapere che nei motori a due tempi ad alte prestazioni si usava (e si usa ancora) come carburante una miscela di benzina e olio di ricino che, soprattutto durante la fase di riscaldamento, ha due caratteristiche: un fumo colorato ed un profumo inebriante.
Quindi eccomi qui bambino, con la mano nella mano di mio nonno Tullio, che passiamo davanti a questa officina con una rampa che si affaccia sulla strada: da dentro si sente un rumore possente e arriva un effluvio che quasi mi stordisce.
Forzo mio nonno ad entrare e lì vedo un meccanico intento alla messa a punto di una moto da competizione da cross, marca Aspes, posta su un cavalletto: io resto imbambolato.
Sono un sinestetico quindi il suono delle sgassate, il colore del fumo e l’odore che esce dalla marmitta mi stordiscono il sistema limbico.
Non ricordo le parole scambiate col meccanico ma nella mente ho chiaro il fatto di me e nonno che, accompagnati dal meccanico, entriamo nel salone: lì ci mostrano i motocicli che avrei potuto guidare una volta compiuti gli obbligatori quattordici anni.
Chiediamo i prezzi e individuiamo il più economico: poco meno di 300.000 lire.
Da quel giorno io non ho più speso una lira di quello che ricevevo tra paghetta, regali e premi per i bei voti a scuola.
Parlando con mio padre “ottenni” il corrispettivo di 5 lire per ogni kg di burro che io portavo ai suoi clienti: tutti i miei “guadagni” finivano nel salvadanaio.
Compiuti i quattordici anni, andammo finalmente a realizzare il mio sogno.
Come si fa con ciò che ci appassiona, da quel momento le cose sono andate avanti e ho modificato quel motorino per renderlo più potente e veloce.
Alla fine quel cinquantino diventò una vera scheggia da oltre 100 km ed io ero sempre felice e squattrinato perché tutto quello che guadagnavo, anche con piccoli lavoretti di meccanica su altri motorini, lo spendevo in miscela e modifiche.
Stavo per scoprire la bellezza del motocross.

Il parco della Caffarella.
Dove poter fare motocross in tranquillità e relativa sicurezza in città?
Come detto io abitavo all’Esquilino e tramite quel meccanico seppi che alla Caffarella, un quartiere abbastanza vicino al mio, c’era un terreno dove gli appassionati si ritrovavano in una sorta di percorso, creatosi grazie al ripetuto passaggio delle moto.
In effetti era un’ampia porzione di terreno cui si accedeva facilmente perché la recinzione, posta tra i palazzi, era malandata: si entrava su un terrapieno rialzato e sotto c’era il nostro “parco divertimenti”.
Il tracciato era costituito da un itinerario che si percorreva in entrambi i sensi di marcia, c’erano una serie di dossi e salitelle ma la parte più eccitante era costituita da una discesa, di grande pendenza, lunga una ventina di metri.
Quella rampa te la potevi godere in due modi: il primo era prendendola in discesa, cioè effettuando un salto in avanti verso il basso e precipitando quindi fino ad atterrare.
Il secondo modo era quello di usarla proprio come rampa di lancio, quindi percorrendola in salita: in quel caso, a seconda delle caratteristiche della moto, si spiccava un salto che poteva arrivare anche a dieci metri di altezza.
In quel posto, durante la settimana, c’erano 10-20 moto ma la domenica il numero raddoppiava o addirittura triplicava e perciò bisognava fare molta attenzione per evitare di scontrarsi.
Quella domenica dell’autunno 1975.
Eccoci quindi a questa domenica mattina dal clima mite in cui col mio Aspes “pompato” mi trovo, insieme a decine di appassionati come me, a godere la passione per questo sport.
Ora, è possibile che tu possa trovare difficile credere a ciò che sto per dirti ma è soltanto la verità.
Preso dal divertimento e dalla voglia di osare sempre di più, giro dopo giro noto che il traffico diminuisce progressivamente: penso, sarà che la gente piano piano sta tornando a casa.
Ad un certo punto mi rendo conto di essere rimasto solo e suppongo che sia tardi e quindi ora di tornare a casa per il pranzo della domenica.
Mi dico che voglio provare a prendere la rampa, dal basso e con la massima ricorsa, per fare un salto così elevato come mai fatto prima: lo faccio.
Mentre percorro la salita e quindi non ho la visuale sullo spiazzo soprastante, m’immagino l’effetto di quel grande balzo ma quando la ruota si stacca dal terreno e io volo in aria mi trovo a vivere una scena assurda.
Dall’alto vedo lo spiazzo pieno di crossisti tutti fermi con le loro moto e diverse auto di Carabinieri che stanno effettuando controlli.
La cosa più assurda è questa: sento un fischietto e, guardando verso il basso, noto il carabiniere che lo sta usando per indicarmi di scendere e fermarmi.
Atterro e sento la sua voce
“È mezzora che ti fischio, ma che non ci senti?”
No, non l’avevo sentito. Non avevo sentito nessuno dei fischi con cui avevano fermato tutti gli altri e non mi ero reso conto di nulla: ero perso completamente nella mia passione.
A quel punto… faccio quella che era la cazzata più stupida da fare.
Giro il motorino e parto: salto nel circuito, lo percorro fino alla fine e da lì inizio la mia fuga.
Sono scappato, senza guardarmi indietro, per non so quanto tempo e ho attraversato vastissimi terreni arati in cui procedere era molto difficile e faticoso.
Alla fine, fradicio di sudore e coperto di terra imbocco l’uscita sull’Appia Antica e… una pattuglia è lì ad attendermi.
Vuoi sapere cosa mi hanno fatto?
Redde rationem
Ho spento il motore e incrociato lo sguardo indagatorio dei due carabinieri: inizialmente mi hanno scrutato silenziosi, uno esaminava il motorino girandoci intorno, poi si sono guardati e mi hanno detto:
“Perché sei scappato?”
Io ero impietrito perché lo sapevo che era semplice, per un occhio esperto, rendersi conto della non conformità del mio mezzo: bastava guardare la marmitta ad espansione e il grosso carburatore.
Ho pensato che fosse arrivato il momento tanto temuto da tutti i ragazzi come me: il sequestro del motorino.
A quel punto istintivamente sento di dover dire la verità:
“Sono scappato perché ho il motore modificato: penso che ve ne siete resi conto. Ho avuto il terrore che me lo avreste sequestrato. Ecco il perché.”.
Adesso vedo che i due carabinieri stanno cambiando espressione, assumendo quella di chi ha tirato un sospiro di sollievo. Proprio loro apparivano sollevati mentre io me la stavo facendo sotto, perché sapevo che mi avrebbero tolto l’oggetto del desiderio.
Sinceramente ho temuto che mi avrebbero anche dato qualche scappellotto ( = ceffone ben assestato) invece mi hanno fatto una grande paternale.
Il discorso delle modifiche non lo hanno minimamente considerato, invece mi hanno detto che ero stato un incosciente a scappare, che le conseguenze sarebbero potute essere pesantissime o addirittura tragiche.
Hanno voluto sapere qualcosa in più di me e della mia famiglia e poi mi hanno detto.
“Purtroppo con la tua fuga hai creato un casino e non possiamo far finta di niente: se non fossi scappato potevamo anche chiudere un occhio ma a questo punto, anche se non procediamo al sequestro, la multa te la dobbiamo fare per forza.”
Non ricordo in base a quale articolo del codice ma l’importo era di 5.800 lire.
A quel punto, già mentre loro pronunciavano parole circa il non farlo più e l’andare piano, da lì fino a casa io ero nel panico più completo.
D’accordo, ero contento di aver scampato il sequestro, ma le mie preoccupazioni erano comunque grosse.
Era la prima multa della mia vita e l’importo per le mie tasche pure alto: tieni presente che un litro di miscela allora costava 125 lire…
E poi: come facevo a dirlo in famiglia?
Il ritorno a casa
Per tutto il tragitto rimuginavo riguardo al modo migliore in cui avrei potuto raccontare quello che mi era successo.
Arrivato al portone di casa, ero proprio in uno stato confusionale che aumentava sempre più mentre percorrevo i centoventi gradini che portavano al quarto piano dove abitavamo.
Mi apre mia nonna che si rende conto immediatamente che c’è qualcosa che non va quindi mi prende per un braccio e mi porta nella sua camera da letto.
“Sbrigati a dirmi cos’è che hai e parla piano”
Le racconto tutto e lei mi dice che ormai il danno è fatto e, visto che aspettavano me per il pranzo domenicale, per il momento non devo dire nulla e poi il giorno dopo avremmo pensato a cosa fare.
Il resto della giornata è destinato ai compiti di greco e poi, dopo cena, vado a dormire sperando che le cose si risolvano in qualche modo.
Gruppo di famiglia in un interno
Eccoci il giorno seguente che, dopo aver mangiato, siamo tutti in cucina: io, i miei genitori, i miei nonni, mia zia e mia sorella.
Mia madre si rivolge a me e fa:
“Ma tu stanotte non ti sei accorto di nulla?”
Tutti si voltano verso di me aspettando la mia reazione.
“Io stanotte dormivo. Che è successo?”
E lì è partito il racconto prima da parte di mia madre e poi è diventata una narrazione corale.
In pratica è successo che verso le undici di sera, mentre tutti eravamo a letto (in quegli anni la tv aveva solo due canali in bianco e nero…) suona il campanello di casa.
È un fatto mai successo prima quindi mia nonna e mia zia si sono messe la vestaglia e sono andate alla porta di casa, hanno guardato dallo spioncino e domandato chi fosse.
“Signora siamo carabinieri: lo so che è tardi ma dobbiamo parlare con voi.”
La mia era una famiglia semplice, cultura popolare del dopoguerra, quindi potete immaginare quale possa essere stata la reazione.
Ma quello che non potreste immaginare è il teatrino che si è scatenato a quel punto.
Gli uomini di casa dormivano pesantemente: mio padre e mio zio si alzavano alle cinque, mio nonno era ultrasettantenne e quindi le donne di casa non li volevano svegliare.
“Che volete da noi a quest’ora?”
hanno chiesto all’unisono mia zia e mia nonna.
“È per suo figlio Roberto, le dobbiamo parlare di lui”
Al che mia nonna, continuando a guardare dallo spioncino
“Roberto non è mio figlio, è mio nipote!”
A quel punto si è aggiunta anche mia madre.
Ora mentre eravamo in cucina, il racconto è diventato una sceneggiatura con tutti che ridevano e commentavano, aggiungendo ognuno un particolare nuovo.
Mi raccontano che il dialogo dai due lati della porta di casa è andato avanti per un pò perché il carabiniere non voleva parlare ad alta voce, di notte sul pianerottolo e loro non si fidavano.
In pratica non credevano che fossero veramente carabinieri.
“Chi ci dice che siete veramente Carabinieri?”
E quel poveretto, dall’altro capo della porta
“Signora, se non ero un carabiniere le pare che mi facevo quattro piani a piedi a quest’ora di notte? Si affacci dalla finestra e vedrà che in strada, davanti al portone, c’è la nostra pattuglia”
Io mi immagino nonna, mamma e zia che si vanno ad affacciare in vestaglia tutte agitate… Le tre Marie!
Insomma, per farla breve, a quel punto lo hanno fatto entrare e lì hanno ascoltato il racconto di quanto mi era successo.
Mia nonna ha detto che ne era al corrente perché glielo avevo detto e che in qualche modo avremmo pagato la multa perché era giusto.
“Ecco signora, proprio per la multa siamo qui. Siamo stati costretti a fargliela perché eravamo in collegamento con la centrale e non potevamo evitarlo. L’abbiamo detto anche a vostro nipote. Ma siccome ci è dispiaciuto, anche perché abbiamo capito che siete una famiglia per bene, siamo venuti a riprendercela. Siamo già d’accordo col comandante.”
Così il racconto dei fatti di quella notte è terminato tra grandi risate e l’invito a non andare più a fare motocross alla Caffarella.
Io ho promesso che non ci sarei più andato e quella promessa l’ho mantenuta.
Infatti avevo scoperto un altro terreno a Montesacro davanti allo Zio D’America….
Due carabinieri di notte nel 1975
A questi due carabinieri, di cui non so il nome, sono profondamente grato perché, come Monica, hanno lasciato un segno nella mia vita alimentando la speranza in un mondo migliore.
Ci ripenso spesso a quei due che, sulle strade di Roma, stanno venendo a casa nostra per fare qualcosa che non erano tenuti a fare.
Mi capita di rifletterci quando m’imbatto in notizie in cui qualcuno, appartenente alle forze dell’ordine, non ha onorato il ruolo che gli è stato affidato.
Tutti noi quante ne abbiamo sentite, lette, vissute.
Ma quelle due persone per bene mi vengono in mente anche quando le storie contemporanee sono all’insegna dell’altruismo, della benevolenza, dell’impegno fino al sacrificio estremo.
Anche qui, quanti esempi possiamo trovare.
Quando penso a quei due uomini me li immagino che percorrono la via Appia, passano per San Giovanni e poi per Piazza Vittorio per giungere infine sotto casa mia.
Perché hanno voluto farlo? Perché si sono presi la briga di compiere un gesto cui non erano obbligati? Di cosa avranno ragionato tra di loro e cosa avranno detto al loro superiore?
Lo so, non dirmelo che erano altri tempi. Questo lo so, lo sappiamo.
Se ci pensi bene questo racconto ha a che fare con il potere.
Il potere in sé non ha una connotazione negativa: potere è possibilità, possibilità di fare le cose.
Noi tutti il potere dell’autorità siamo costretti a subirlo e, spesso, ne portiamo le cicatrici come individui e come società.
Io sostengo che è il Potere a dover essere giustificato, perché c’è una grande differenza tra autorità ed autorevolezza.
Io sono convinto, nel profondo di me stesso, che quei due carabinieri hanno scelto di fare quello che sentivano giusto fare.
E mi hanno fatto del bene, hanno lasciato un segno indelebile nella mia esistenza.
Mi ispirano, quando serve, a fare ciò che sento che è giusto fare.
Mi stimolano a cercare di capire chi ho di fronte invece di reagire d’istinto o per preconcetto.
Quando penso a loro mi viene in mente quella poesia di Borges, “I giusti”
Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che intuisce un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.
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