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Gli insegnanti che mi hanno salvato la vita

da | 11 Ottobre, 2023 | Network Marketing | 0 commenti

Tempo di lettura: 6 minuti

Gli insegnanti che mi hanno salvato la vita sono stati quelli delle elementari e delle medie. Questo è l’articolo che inaugura la sezione del blog “La vita è fatta d’incontri e di scelte”, quindi è giusto spendere qualche parola di spiegazione.

Perché parlare della mia vita privata, in questo caso della prima infanzia, all’interno di un blog specializzato per l’aiuto pratico a chi fa network marketing?

Onestamente per due ragioni.

La prima è dare il mio contributo ad altri esseri umani e no, non è per presunzione di essere migliore: non mi ci sento.

Quando dico che la vita è fatta d’incontri e di scelte intendo che noi siamo il prodotto delle persone che abbiamo incontrato e delle scelte fatte nei loro confronti. 

La famiglia in cui siamo nati non ce la siamo potuti scegliere, quindi ne siamo stati condizionati di default.

Ma tutto ciò che siamo oggi dipende dagli incontri, anche virtuali, con persone che ci hanno offerto una diversa prospettiva che abbiamo accettato in pieno oppure elaborato a modo nostro.

Il nostro modo di vedere le cose, i valori in cui crediamo e le scelte etiche che compiamo nella nostra vita discendono dalle nostre esperienze con gli altri.

La seconda ragione di questo spazio è forse utilitaristica: parlare del mio vissuto personale contribuisce a spiegare perché ho creato Eticonetwork e aiuta a capire se ti conviene avermi al tuo fianco.

Gli insegnanti che mi hanno salvato la vita

A chi mi frequenta l’ho detto più volte: io non lo so cosa sarei diventato se non avessi incontrato i miei insegnanti delle elementari e delle medie. Non esagero a dire che non so se sarei ancora vivo.

Il periodo della mia infanzia e i luoghi in cui ho vissuto ho potuto elaborarli grazie soprattutto a quello che mi è stato trasmesso e anche al modo in cui mi è stato trasmesso a scuola.

Ciò che ho ricevuto mi ha reso più consapevole e mi ha permesso di fare le scelte che ho fatto.

È innegabile che la mia sensibilità si è formata grazie al contributo di queste persone.

In seguito parlerò delle scuole medie, oggi ti racconto delle elementari.

Giorgina Arnaldi

È il 1965 e questa è la foto di classe della prima elementare, la scuola è la Alfredo Baccarini di Roma in via Sforza, a 200 metri dalla basilica di Santa Maria maggiore.

La maestra Giorgina Arnaldi insieme ai suoi 30 alunni, tutti rigorosamente in grembiulino col fiocco. Io sono nella fila in alto, il secondo da destra.

Non m’interessa il dibattito se il grembiule sia corretto o no, dico solo che a noi non creava problemi.

Quella specie di uniforme non ha impedito a bambini di sei anni di stare insieme, crescere e interagire indipendentemente dal proprio ceto sociale.

Perché in quella classe c’era veramente di tutto: io figlio di un piazzista di burro e di una casalinga ero insieme a figli di professionisti facoltosi, dipendenti statali, proprietari di ristoranti, di alberghi, pellicciai, di commercianti ebrei, di muratori, di spacciatori di sigarette di contrabbando…

Quella maestra, single, ci trattava tutti come se fossimo figli suoi ed il suo più grande pregio è stato quello di farci sentire parte di una stessa realtà.

Noi venivamo ognuno da un mondo diverso e lei è stata capace di crearne uno in cui tutti noi stavamo bene.

Di lei mi restano quattro cose e te le racconto

Le letterine

Alle elementari si sa, i bambini le malattie se le scambiano più delle figurine: a parte le influenze stagionali (quelle che ci sono sempre state e che oggi chiamano pandemie) c’erano pure il morbillo, la varicella, la rosolia, gli orecchioni e la sesta malattia. 

Insomma, c’era sempre qualcuno che rimaneva assente per qualche giorno ed in questo caso la maestra coglieva l’occasione per fargli scrivere ad ognuno di noi una letterina “di conforto”.

Ci stimolava a far sapere a chi era assente che gli altri ne sentivano la mancanza.

Non imponeva le parole ma suggeriva di usare le nostre in base alla relazione che avevamo col nostro compagno di classe malato.

Poi ce le faceva leggere ad alta voce senza mai modificare alcunché se non dal punto di vista della sintassi: infine le faceva avere al malato. 

Solo più tardi ho capito quanto fosse importante quello che ci scambiavamo attraverso quel compitino.

Mi è rimasto nel sangue il fatto di trattare gli altri con rispetto e considerazione.

I temi 

I temi invece li facevamo sempre il lunedì o al rientro dalle festività: l’argomento era il racconto di cosa avevamo fatto in quel periodo.

Anche lì, credimi, la lettura offriva grandi stimoli perché permetteva di accedere alle vite di famiglie molto diverse dalla nostra.

Nonostante le diversità dovute al ceto sociale, nessuno poteva sentirsi inferiore o superiore perché la maestra ci permetteva di commentare le esperienze l’uno dell’altro semplicemente guidando e moderando. 

Il fare i temi mi ha insegnato a cercare di spiegare bene il mio pensiero e capire sempre le ragioni di chi ho di fronte analizzandone il punto di vista.

Tutto ciò mi ha evitato le fregature nella vita? No, di fregature ne ho prese come tutti noi e quelle di cui mi pento sono quelle in cui ho dato una seconda possibilità ai figli di puttana.

Ma l’analizzare per quanto possibile il contesto esistenziale di chi ho di fronte mi è stato estremamente utile per alcune cose della vita e anche per il settore vendite e sponsorizzazione.

Ecco perché sostengo che per sponsorizzare e vendere a qualcuno devi prima entrare nel suo mondo e poi portarlo nel tuo.

Terza cosa: la storia del cane

Io abitavo all’Acquario, quartiere Esquilino e andando a scuola a piedi passavo per piazza Santa Maria Maggiore dove c’era (c’è ancora) la pasticceria Cottini.

Il laboratorio era nel sotterraneo le cui finestre si affacciavano sul marciapiede nel vicolo retrostante. Io non posso sapere se tu conosca situazioni come queste ma provo a spiegarmi 

A Roma era pieno di laboratori il cui unico affaccio era una finestra con una grata ed una ventola sempre rigorosamente sporca: passando si vedevano gli artigiani al lavoro su banconi pieni di pizza, cornetti e pasticcini.

Quella mattina mi accompagnava mio nonno e passando proprio davanti a quella finestra c’era un cane randagio che voleva prendere un pezzo di cornetto caduto oltre la ventola: con la zampa cercava di trovare il momento giusto per provarci. 

Per fartela breve: io ho tenuto fermo il cane accarezzandolo e mio nonno ha preso un pezzo di pizza bianca per me e per lui. 

Il cane ha apprezzato che gli abbia dato da mangiare e mi ha seguito fino al cancello della scuola. 

Al cancello le maestre venivano a prendere le proprie scolaresche e le accompagnavano in classe attraverso l’androne e le scale.

Tutta questa procedura avveniva sotto lo sguardo burbero del custode: ricordo che si chiamava Fernando, abitava nella parte sottostante della scuola ed aveva un enorme cane lupo che, separato da noi da una ringhiera, era comunque molto affettuoso.

Arrivo con il cane al seguito e la maestra mi chiede se è il mio: le spiego l’accaduto e lei capisce che sono angosciato da cosa gli sarebbe potuto succedere dopo.

Ecco cosa ha fatto la maestra: ha avuto uno sguardo d’intesa col custode e mi ha detto che se il cane mi avrebbe seguito sarebbe potuto stare in classe con noi.

Così è stato: il quattrozampe è stato al mio fianco fino in classe e si è sdraiato accanto al mio banco.

La maestra ci ha fatto fare un tema sull’argomento ed ognuno ha parlato dell’animale che aveva in famiglia: io, che non ne avevo, ho espresso il desiderio di averne uno.

Qualche mese dopo ho avuto il primo cane della mia vita.

Questa esperienza non mi ha insegnato nulla di particolare ma quando ci ripenso mi rendo conto, una volta di più, che la scuola di oggi ha un’impostazione molta diversa.

La scuola di oggi, per scelta imposta dall’alto (Treelle), invece di aiutare il processo di formazione della coscienza dei bambini li usa a mo’ di contenitore da riempire in base al programma.

Insegnanti come Giorgina Arnaldi? Ci sono ma possono fare ben poco: hanno contro un mondo intero, dalla scuola e perfino arrivando ai genitori.

Anche qui, come vedi, la vita è fatta d’incontri e di scelte…

Quarta cosa: il finale del film “Salvate il soldato Ryan”

Per me è uno dei finali cinematografici più struggenti, nello stile del migliore Spielberg.

Se non hai visto il film ti suggerisco di farlo: è lungo ma ne vale la pena. 

Per non spoilerare, dico solo che l’ultima scena ha a che fare con la dignità della propria vita. 

Ho rivisto un’ultima volta la mia maestra nel 1980: ho sentito il desiderio di farlo prima dipartire per il corso Ufficiali nell’esercito.

Ho percorso tutta via Merulana cercando ad ogni portone e l’ho trovata.

Al citofono si è subito ricordata di me ed una volta in casa l’ho ritrovata identica nella sua austera dignità.

Mi ha chiesto della mia vita e le ho raccontato di quanto gli anni passati con lei avessero inciso nella mia formazione umanistica. 

Lei mi ha detto di essere avanti negli anni e quindi stanca ma sazia di quello che aveva dato e ricevuto a centinaia di bambini che le erano stati affidati.

Ha trattenuto il pianto mentre le sue mani tremavano. Io ho pianto quando sono uscito dal portone.

Cosa mi porto di questo episodio? La gratitudine che dobbiamo alle persone che ci hanno fatto del bene e l’importanza di dargliene merito anche a distanza di tanto tempo.

Ecco, quando dico di aver fiducia nella parte buona dell’umanità mi riferisco proprio a persone come lei. E come Monica e i due carabinieri

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Roberto Ragusa

Roberto Ragusa

Sono esperto di network marketing quindi di vendita, sponsorizzazione e leadership. Conosco bene anche la vendita diretta: a tu per tu, con party plane, televendite e telepromozioni da call center.
 Ho venduto praticamente ogni tipo di prodotto, da quelli di consumo ai beni durevoli.
 Conosco pure il dietro le quinte avendo lavorato per alcune aziende. Ora voglio aiutare direttamente le persone per bene a raggiungere il successo.

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