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Il professorone e il dottore della mutua.

da | 1 Dicembre, 2023 | Network Marketing | 0 commenti

Tempo di lettura: 8 minuti

Quando è nata mia figlia, il giorno di ferragosto del 1983, era un Cicciobello di più di quattro chili. Io non potevo sapere che il professorone ed il dottore della mutua avrebbero segnato in quel modo la sua vita e la mia.

Io ero lì in sala parto, al Fatebenefratelli dell’Isola Tiberina.

Vispa, gioiosa, sorridente e piena di curiosità.

Per quasi un anno è cresciuta vigorosamente ed era la gioia di tutta la famiglia.

Mia nonna Margherita, toscanaccia ultrottantenne, quando gliela portammo a conoscere volle sedersi e tenerla in braccio. Purtroppo quella foto è andata perduta ma le sue parole restano indelebili nella mia mente:

“Ora che sono diventata bisnonna, posso anche morire serenamente”

E così fece, nel giro di poco tempo, andandosene via nel sonno.

Poi cominciarono i problemi di mia figlia.

72 scariche di diarrea

Verso la primavera successiva sono iniziate serie difficoltà di assorbimento del cibo: in pratica mangiava e poco dopo arrivava la cacca liquida.

Non ci è voluto molto a rendersi conto che non si trattava di episodi sporadici ma di un problema permanente.

Lì è cominciato il calvario per noi e per la famiglia ma soprattutto per lei: inizialmente aveva l’aria sbattutella, quella che hanno i bambini piccoli con la febbre, poi ha cominciato a degenerare.

Nonostante avessimo seguito le indicazioni del pediatra, che minimizzava parlando del passaggio dall’allattamento all’alimentazione solida, la situazione diventava ogni giorno più preoccupante.

Decidemmo di fare ricorso ad un consulto a pagamento (100.000 lire) con un noto pediatra che rimodulò l’alimentazione.

L’aspettativa era che avremmo dovuto attenderci un significativo miglioramento nello spazio di una settimana: non c’è stato, anzi nostra figlia peggiorava progressivamente.

Così arrivammo al punto che in un solo giorno ci furono 72 scariche di diarrea: per lei la tortura di 72 cambi di pannolino.

A quel punto, con l’intervento dei nonni, pagammo la visita di un noto primario di un noto ospedale: 300.000 mila lire, che di fatto costituirono il viatico per il ricovero, visto che le sue prescrizioni non avevano risolto il problema. 

Giugno del 1984

Prima di portarti a visitare il girone infernale in cui siamo caduti, vorrei che tenessi presente il periodo storico.

Era l’anno di “Alchemy dei Dire Strais” e di “Non ci resta che piangere” di Troisi-Benigni, la tv a colori era una novità recente, le cinture di sicurezza non erano obbligatorie, si poteva circolare in auto a Piazza di Spagna e il primo Mc Donald avrebbe inaugurato l’anno successivo: e poi, c’era ancora la Lira.

Questo per farti presente che era un’Italia che non c’è più, una società in cui le informazioni non le trovavi certo su Google e quindi tutto si basava sul passaparola delle esperienze, dirette ed indirette.

Il lungo periodo di ricovero

Noi eravamo fiduciosi, lo eravamo perché avevamo fatto tutto quello che era nelle nostre possibilità e ci sembrava di essere capitati in buone mani.

Ci vollero due mesi per capire che non era così.

All’inizio pareva che ci fosse una logica dietro all’operato del personale: alimentazione variata in maniera articolata, esami vari, anche stranezze tipo l’uso massiccio della Coca Cola.

Ma nessun progresso.

Al letto accanto c’era una bambina, coetanea alla nostra, che stava deperendo in maniera più veloce ed era sottoposta agli stessi identici trattamenti: fu passata all’alimentazione enterale e poco dopo morì.

Nei giorni successivi ci fu detto che avrebbero voluto utilizzare la stessa soluzione ma ci siamo opposti però, devo dire, non energicamente come sarebbe stato giusto… 

Quindi passarono ad altre “soluzioni”.

Gli esami stressanti ed invasivi

La prima cosa che ci prospettarono fu l’ipotesi di un disturbo cerebrale, fino ad allora non rilevato con TAC e RMN. Ci dissero che avremmo dovuto tenere sveglia la piccola per un giorno intero, in modo che al mattino ci fossero le condizioni ottimali per l’esame.

Puoi immaginare cosa significa forzare a stare sveglio un piccolo essere, che ami e che dipende totalmente da te, che oltretutto è molto deperito e con un visetto che… 

Puoi immaginare a stare ventiquattro ore a scuoterla per impedirle di dormire?

Puoi immaginare noi genitori che giriamo di notte per l’ospedale, con un passeggino e mentre facciamo le ipotesi più assurde e terrificanti, ogni due per tre smuovere quella creatura per non farla assopire?

Quella è stata il primo esame stressante.

Poi ci fu il successivo: l’endoscopia.

Ci dissero che dovevano andare a vedere direttamente cosa accadeva a livello digestivo, quindi serviva anche una biopsia: lì abbiamo preteso di essere presenti.

Ti risparmio lo strazio di quel corpicino in cui viene inserito il tubo, non ti dico quello che provano due genitori in quella situazione.

Ma una cosa invece non la taccio: l’anestesista che durante l’intervento ci provava in tutti i modi con l’infermiera! 

Non gli ho messo le mani addosso: non l’ho mai fatto con nessuno  in vita mia se non per motivi di difesa.

Non l’ho fatto durante l’esame perché c’era quel corpo estraneo dentro mia figlia: non l’ho fatto dopo perché volevamo solo abbracciarla e tenerla stretta a noi.

Quell’anestesista era uno “stimato e famoso” nella capitale.

Ma non era ancora finita.

Gli eventi precipitano

Nostra figlia aveva perso quattro chili dal suo ingresso in ospedale e noi stavamo perdendo la fiducia. E anche la speranza.

A quel punto, mentre insistevano per passare all’alimentazione enterale, noi ci siamo opposti e abbiamo preso tempo per cercare aiuto all’esterno.

Da quel momento nostra figlia non è mai stata più da sola in ospedale.

Nel frattempo accade un ulteriore fatto: la piccola non aveva fatto la pipì ormai da più di dieci ore, e poiché la sorella di mia moglie era morta per un blocco renale alla stessa età di nostra figlia, noi stavamo precipitando nel terrore.

Ho fatto chiamare più volte il medico di guardia, l’unico durante il fine settimana: le due/tre volte che è salito a reparto ha sempre minimizzato, con l’aria scocciata, dicendo che non era nulla di grave.

A notte fonda, dopo averci “fatto il favore” di far restare anche me, l’ho fatto chiamare di nuovo: ci ha messo molto a salire ma, nel frattempo, è avvenuto “il miracolo”.

Mentre prendo mia figlia in braccio e vado verso la sala visite, ecco che fa la pipi…

Alla fine, di quel periodo di ventuno ore totali, nella cartella clinica non c’è traccia.

Avrei dovuto denunciarli tutti, non l’ho fatto e ne sono pentito: mi sembra di non esser stato capace di difendere mia figlia come avrei dovuto. 

Ero giovane e inesperto, questo mi ripeto ancora oggi: ma confesso che non mi basta.

Comunque non era ancora finita.

L’ultimo atto

Finalmente riappare il “professorone” e dice che è stato fatto tutto il possibile ed ora bisogna passare ad una fase sperimentale.

Ci dice che loro lavorano a confronto con un ospedale in Germania e stanno utilizzando nuove tecniche d’indagine, finora sconosciute.

Gli chiedo cosa intende e la risposta è questa: si tratta di introdurre un tubo nei reni, partendo dalla schiena ed effettuare alcuni test.

Nel frattempo mia cugina, che lavora come infermiera all’ospedale S. Eugenio, mi aveva detto che avremmo potuto provare una strada diversa.

Infatti in quel periodo l’Ospedale stava organizzando un reparto di pediatria, reparto che era in via di creazione: saremmo potuti andare a far visitare la bambina proprio dal futuro responsabile.

Decidemmo quindi seduta stante di portare a casa nostra figlia e tenerla con noi per una settimana, fino al ritiro della cartella clinica.

Vista la situazione alimentare in stallo, abbiamo scelto di farle almeno riassaporare l’ambiente familiare.

Ritiro la cartella clinica: ripeto, delle ventuno ore senza pipì non c’è menzione.

Fissiamo l’appuntamento con il S. Eugenio, in regime di SSN ed il giorno stabilito andiamo.

Il Dr. Paone

Conosciamo il dr. Paone, responsabile del reparto di prossima apertura: ci riceve in un’aula, evidentemente non usata da tempo, dove ci sono vari tavoli sparsi.

Mia cugina Patrizia gli ha descritto il nostro calvario, lui è una persona premurosa e si scusa per l’ambiente in cui ci riceve. Ci dice che per velocizzare la situazione, quello è ciò che può fare.

Spieghiamo tutto quello che abbiamo passato, per filo e per segno: per fortuna, nostra figlia è serena.

Dopo averci ascoltato ci dice che vuole guardare la cartella clinica prima di visitarla.

Comincia a leggere dall’inizio fino alla fine, poi torna indietro, quindi avanti, poi ripete l’operazione più volte e fa un’espressione perplessa.

Gli chiedo cosa c’è e lui mi risponde:

“Sto cercando, ma non lo trovo, l’esito del test per l’intolleranza al lattosio: sicuramente l’hanno fatto. Non c’è un altro foglio? Va bene lo stesso, sicuramente è stato fatto perché è la prima cosa che si fa in questi casi”

Noi cadiamo dalle nuvole.

“Dottore cos’è il lattosio? Non ce ne ha mai parlato nessuno!”

A quel punto lui è turbato almeno quanto noi.

Tu che leggi, per favore non semplificare: oggi il lattosio è noto a tutti. Ma noi siamo nel 1984!

Ci spiega che l’origine di tutto è molto probabilmente, anzi quasi sicuramente, l’intolleranza a questa proteina.

Visita la bambina e al termine ci dice di impegnarci a trovare il latte adatto perché non tutti lo hanno e ci dà un semplice programma alimentare da rispettare: ci saremmo tenuti in contatto per una settimana e poi di nuovo incontrati.

Nostra figlia non ha avuto più problemi con l’alimentazione.

Questa vicenda ha prodotto in me una profonda consapevolezza.

La vita è fatta d’incontri e di scelte

Mia figlia è cresciuta, sta bene ed è una meravigliosa mamma di due splendidi bambini.

Non vive in Italia ma è dovuta andare all’estero per poter svolgere la professione che le piace: fa l’infermiera.

Mi manca da morire ma, per un altro verso, sono felice per lei.

Vive in un paese che, a differenza del nostro, non è “il capofila per le strategie vaccinali nel mondo”: i suoi figli non saranno sottoposti al trattamento che dal 2014 viene riservato ai nati in Italia.

Per me è un sollievo immenso: l’altra mia figlia Valeria, per un puro fatto cronologico, non è rientrata in quei parametri quindi non è stato necessario andare in battaglia.

Ma tornando ai fatti del 1984, come sempre nella vita è tutto un fatto d’incontri e di scelte: siamo il prodotto delle persone che abbiamo incontrato e delle scelte fatte nei loro confronti.

Abbiamo incontrato le persone sbagliate e ci siamo fidati: quando poi abbiamo scelto di non fidarci più, abbiamo incontrato la persona giusta.

Quell’esperienza mi ha insegnato, una volta di più, che c’è un abisso tra l’autorità e l’autorevolezza.

Autorità o autorevolezza

Ricordi frasi come queste?

“I medici garantiscono che non fa male”

“La classe medica si è espressa”

“La scienza ufficiale dice che è giusto fare così”

Quando mi capita di raccontare i fatti del 1984, spesso le persone mi dicono che ho incontrato le persone sbagliate ma che della scienza non si deve mai dubitare.

C’è pure qualche sofista che dice che “non si deve buttare via il bambino con l’acqua sporca”

Qualcuno arriva a dire che ho fatto una scelta azzardata a portare via mia figlia e che, se fosse rimasta lì, prima o poi sarebbero avrebbero trovato la soluzione: perché “quell’Ospedale è un’istituzione e quei medici dei luminari!”

“Sembra” che non ci arrivino proprio, ma io penso che il problema sia antropologico: sono persone che hanno bisogno di vivere sotto un’autorità e non tollerano la libertà altrui di poter scegliere l’autorevolezza.

L’autorità viene imposta dall’alto ed è un potere che supera il nostro: l’autorevolezza è invece un processo che sale dal basso verso l’alto.

Quando riconosciamo l’autorevolezza di qualcuno, noi operiamo una scelta libera e consapevole: nessuno ci impone nulla.

Quello che tutti abbiamo passato dal 2020 ad oggi, che ancora incombe su noi, è stato possibile proprio grazie a persone devote all’autorità: ho scritto devote e non vittime…

A scuola questi soggetti hanno studiato cosa significa “habeas corpus” ma dell’inviolabilità personale altrui se ne fregano, anzi la combattono.
Sono gli stessi che applaudono alla frase:

“I figli non sono dei genitori ma appartengono allo stato!”

Se non hai mai sentito questa frase fatti una googlata, trova chi l’ha detta e guarda a che mondo appartiene.

Quando mi trovo a ragionare, vabbè si fa per dire, con gli stessi soggetti di prima sai cosa mi dicono, tutti invariabilmente?

“È giusto, metti che i genitori non li trattano bene: così almeno glieli possono togliere!”

Se poi gli chiedo se questo succedesse a loro, magari perché qualcuno ritiene che non siano padri e madri amorevoli, la risposta è sempre la stessa:

“Ma questo che c’entra?”

Sono gli stessi che quando affrontano il dibattito, tutto giudeo-cristiano, del rapporto tra la legge e la grazia non riescono a passare al livello superiore e accettare la semplicità dell’evidenza.

Ma di questo te ne scriverò un’altra volta.


La domanda sospesa

Roberto, ma tu non ti occupi di network marketing e vendita diretta: cosa c’entra tutto questo?

Innanzitutto, se ci fai caso, questo articolo sta nella directory “La vita è fatta d’incontri e di scelte”: questa è una sezione in cui ti parlo di persone che hanno lasciato il segno nella mia vita, tanto nel bene quanto nel male.

Ho voluto questo spazio prima di tutto perché mi sembra un modo per condividere le mie esperienze, esperienze che qualcuno potrebbe trovare utili.

Poi, essendo cosciente di avere un approccio unico quanto all’etica nel nostro settore, voglio permettere alle persone di capire perché insegno quello che insegno.

Entrando poi nello specifico, nel mondo del multilevel (ma è così un pò dappertutto) di fatto è pieno di tantissimi Marchese del Grillo, di persone che si atteggiano a guru e che si innalzano usando le persone come basamento.

Quante decine di migliaia di persone sono state tradite da responsabili, upline, sponsor e financo aziende e si sono trovate in un tritacarne: autoconsumo obbligatorio, partecipazione forzata a eventi, corsi di automotivazione…

Hanno incontrato le persone sbagliate, hanno scelto di dargli fiducia e sono state tradite.

Ecco, il mio intento è quello di aiutare proprio queste persone per bene.

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Roberto Ragusa

Roberto Ragusa

Sono esperto di network marketing quindi di vendita, sponsorizzazione e leadership. Conosco bene anche la vendita diretta: a tu per tu, con party plane, televendite e telepromozioni da call center.
 Ho venduto praticamente ogni tipo di prodotto, da quelli di consumo ai beni durevoli.
 Conosco pure il dietro le quinte avendo lavorato per alcune aziende. Ora voglio aiutare direttamente le persone per bene a raggiungere il successo.

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